Al terrorismo si risponde solo sostenendo e valorizzando il lavoro delle forze dell’ordine

E’ il 4 gennaio 2004 quando Al Jazira trasmette il discorso di Osama Bin Laden: “

quando la nostra adesione alla religione si indebolisce e i nostri governanti diventano corrotti, noi diventiamo deboli e infatti i Romani sono tornati portando la loro ignobile guerra crociata” ed è il 14 novembre 2014 quando il sito jihadista Al Furqan Media trasmette il discorso di Abu Bakr Al Baghdadi:“… state sicuri, o musulmani, la nostra marcia non si ferma, e continua a espandersi con il permesso di Allah e continuerà fino a raggiungere Roma.”.

Sono almeno dieci anni, quindi, che il terrorismo islamico individua nell’occidente il suo nemico e in Roma il suo quartier Generale.

Madrid (2004), Londra (2005) e Parigi (2011) sono state le capitali europee più colpite dal terrorismo di massa; Olanda (2005), Norvegia (2011), Belgio (2014) e Francia (2015) quelle colpite da singole cellule. Se il nostro paese, invece, è rimasto ancora immune da attacchi simili, sicuramente ci sarà pur da riconoscerne il merito a qualcuno!

Noi pensiamo di sì, e ci sentiamo di renderlo a quelli che gestiscono i nostri servizi di informazioni (Servizi), a chi gestisce i rapporti internazionali (diplomazia) e a chi, ancor più, tutela l’ordine e la sicurezza pubblica (Forze di polizia). Non riconoscere questi meriti significherebbe vivere fuori dal mondo.

Siamo sempre più preoccupati da possibili attentati e lo siamo sempre in prossimità degli attacchi che avvengono negli altri paesi

e magari qualcuno, pur non sperandolo, ovvio, non aspetta altro che succeda qualcosa per incolpare i nostri servizi di sicurezza di turno o le nostre forze dell’ordine, dimenticandosi che sono almeno quindici anni che stiamo proteggendo la sicurezza in modo encomiabile.

E tutto questo nonostante i pesanti tagli, le promesse mancate, i numerosi attacchi portati da mass media, spesso ingiustificati e, soprattutto, malgrado un generale senso di abbandono.

Questa non è una guerra facile da evitare ed è difficile da vincere. Il problema è che potremmo trovarcela in casa, da un giorno all’altro, all’improvviso. L’attività di prevenzione che giornalmente svolgono i nostri uffici passa inosservata ma è fondamentale per la difesa del nostro paese.

Oggi la difficoltà sta nel fatto che il reclutamento di questi assassini non avviene attraverso siti ufficiali, come potevano esserlo inizialmente anche alcune moschee, ma può avvenire tramite web, o nelle carceri, nei centri di accoglienza, nelle palestre e non riguarda solo cittadini arabi o di origine araba.

Da tempo, ormai, è accertato che anche cittadini europei ed italiani (si parla di una cinquantina di soggetti), i cosiddetti “foreign fighters”, hanno sposato la causa della guerra islamica.

Dopo una prima fase di militanza virtuale, se questi soggetti riescono ad avere un contatto, è possibile che sianoreclutati. A questo punto, tecnicamente, ci troviamo di fronte (e in casa) un sostenitore della jihad, un presunto simpatizzante ma anche e soprattutto un potenziale fiancheggiatore. Molti di loro restano sul nostro territorio, altri invece partono, fanno addestramento e vengono arruolati nelle milizie combattenti, in Siria, in Libano, in Iraq.

Ci troviamo di fronte, quindi, non solo ad un pericolo di tipo immigratorio, ma anche di tipo autoctono. Molti focolai sono già sul nostro territorio.

Dobbiamo considerare che tra la popolazione da noi già immigrata da tempo e quindi già ramificata nel nostro paese ci sono etnie siriane, curde e irachene che ripropongono da noi le stesse dinamiche conflittuali dei loro paesi di origine e, quindi, ci troviamo siriani che attaccano loro connazionali sul nostro territorio perché ritenuti schierati col regime siriano, come troviamo anche curdi o iracheni simpatizzanti dell’I.S. che attaccano per gli stessi motivi i loro connazionali qui nel nostro paese.

I nostri servizi di intelligence credo che abbiano monitorato molti spostamenti di questi “nostri” arabi verso i loro paesi di origine, per verificare, a ragione, se questi  siano andati ad infoltire le truppe combattenti islamiche, li potremmo chiamare i “pendolari della guerra”.

Il nostro nemico è l’evoluzione di Al Qaeda che sa muoversi dietro le quinte e sa anche come utilizzare al massimo l’offensiva mediatica. E non possiamo certo sottovalutare la sua offensiva militare composta da cellule dormienti, daforeign fighters e dai c.d. pendolari della guerra (molti idealisti ma molti anche mercenari). Se seguiamo i loro proclami ci vengono i brividi sulla pelle, perché parlano di avvelenare le acque potabili o di investire passanti.

E come ci si difende da simili attacchi? Ci si difende prevenendo, facendo quello che fanno quotidianamente le nostre Digos per esempio, o le nostre Volanti, o gli uffici di immigrazione, la polizia postale, i commissariati di zona, la polizia ferroviaria che presidia le stazioni, i nuclei speciali dando loro i mezzi necessari per farlo, sostenendoli, valorizzandoli e incentivandoli perché sono loro che prevengono la sicurezza nostra e dei nostri figli.

Spesso devono controllare siti e locali apparentemente normali, devono seguire o controllare soggetti insospettabili, dove nulla è illegale, è vero, ma dove chi delinque inizialmente si muove all’interno dei confini della propria privacy, protetto da leggi, da Garanti, da Commissioni Parlamentari, da esposti, dove spesso i benpensanti confondono l’obbligo di “tutelare la gestione dell’informazione” con la “possibilità di accesso all’informazione stessa”.

Privare le forze investigative di preziose informazioni, spesso coincide col privare l’accesso a quelle informazioni che da sempre consentono di impedire che quel simpatizzante o quel sostenitore virtuale si trasformi in un potenziale assassino e, soprattutto, di farlo prima che sia troppo tardi.

Valter Mazzetti

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